mercoledì 22 maggio 2013

Il Grande Gatsby : Recensione!


Non è l'Amore a vincere su tutto, ma la sua Illusione!

Non sapevo cosa aspettarmi dal film, non avevo visto ne trailer, nessuna immagine, sapevo solo chi erano i due interpreti principali, e chi era il regista. Poi il nulla! Il grande Gatsby è uno spettacolo che mi sono goduto, senza sapere cosa aspettarmi, dalla prima all'ultima scena.

Aprendosi in uno scenario che di per se appare drammatico, un ospedale psichiatrico, in realtà molto accogliente , facciamo la conoscenza di Nick Carreway (Tobey Maguire), il cantastorie, colui che andò a New York con la pretesa di diventare un grande della finanza e con il sogno dello scrittore, ormai infranto.


Nick nell'ospedale ha gli occhi spenti, ciò ci induce a capire che non vedremo una storia con un lieto fine. Gli occhi non mentono, è quelli di Nick sono tristi, quasi senza vita, in un morso di disperazione e delusione per ciò che hanno visto.



Il racconto parte dall'arrivo del giovane nel paese delle meraviglie, la New York degli anni 20, in piena enfasi economica, dove tutti sono alla ricerca di un ruolo per definirsi, mentre altri sono già definiti, pomposi, atletici, rampolli di una società dove il benestare e il divertimento non sono mai messi in discussione.

Nick è accolto come  viene accolto un bimbo all'entrata di un grande circo, nell'abbraccio della folla in festa di un luna park. Tutto sembra intonato, tutto sembra cantare per lui.



Nick, però, viene presto portato dietro questo mondo sfavillante, un mondo fatto di corruzione, soprattutto morale, a cui assiste, sia da spettatore che da attore principale, al suo quatidiano decadimento. E' un mondo che non nasconde i suoi sorditi segreti, anzi, quasi li sbatte in faccia con prepotenza: la lussuria, l'arroganza, il marciume, coperto solo all'apparenza. Così accade che lo stesso marito di sua cugina, pomposo rampollo di nobile famiglia e giocatore incallito di polo, tradisca la moglie sotto gli occhi esterefatti del parente, senza traccia di rimorso alcuno.

Nick riesce a vedere tutto ciò, ma non gli interessa più di tanto, è sempre lui quello fuori contesto. Lo è anche New York stessa però, con le sue contraddizioni, dove nel giro di un centinaio di metri si ritrova da ville lussuose a ciminiere a cielo aperto, dove uomini e donne fanno marcire i loro polmoni sotto i fumi tossici del carbone... esseri ridotti a larve sotto gli occhi onnipresenti di un cartellone stile Orwelliano , che osserva quella misera vita quasi con rimprovero e diprezzo.


Nick comprende in poco tempo che New York ha in se un bellezza e una decadenza che non possono fare ammeno l'una dell'altra.

E' in tutto ciò c'è comunque una luce all'orizzonte, un faro diverso, stonato, di luce verde fra i fumi delle discariche e le nebbie della banchiggia. Il suo nome è Gatsby, un personaggio sulla bocca di tutti, ma che nessuno sa chi sia. Un milionario che da feste, sfavillanti, devastanti ed inebrianti, e che ha un passato misterioso, di cui tutti sembrano sapere qualcosa, ma che nessuno sa veramente descrivere.


Quando Gatsby (Leonardo Di Caprio), il signore del castello, e vicino di casa di Nick si presenta, altro non è che un giovane dall'aspetto rassicurante, un sorriso accattivante, che prende sotto la sua ala il giovane vicino, facendolo in poco tempo diventare araldo del suo sogno. Un sogno talmente bello, musicale, varipinto, di cui tutti gli spettatori si innamorano senza porvi resistenza. Tutti vediamo la storia attraverso gli occhi di Nick e tutti ci innamoriamo del sogno di Gatsby, perchè in fondo è quello che l'uomo cerca sempre: trovare l'amore perfetto, malgrado sia la più grande delle illusioni, come gli occhi e le parole finali di Nick ci diranno.


Il regista, Baz Luhrmann, rovescia quello mostrato fatto in Romeo+Giulietta, dove aveva portato il parlato shakespiriano classico in una visione moderna della vita, mettendo stavolta musica e parlate del ventunesimo secolo in un ambientazione di inizi 900. Il mix è talmente ben amalgamato che lo spettatore trova nell'anacronismo un divertimento per gli occhi, orecchie e mente. Il film passa dalle carrellate velocissime di inizio pellicola, in cui gli occhi di Nick sono pieni di gioia, vita, meraviglia, a i rallentatore di fine film, decisi a sottolineare la drammaticità di certe parti, e dove l'animo del nostro cantastorie si fà sempre più velato di tristezza e disperazione.

Maguire e Di Caprio sono l'apice recitativo del film, con tutti i comprimari che interpretano soavemente e magistralmente la loro parte. Tutti esagerati nel loro essere appunto "personaggi", ma fortemente voluti così, con una marcata sottolineatura che ne esalta pregi e difetti, una caricatura che fa comprendere meglio la loro reale umanità corrotta. Gatsby è l'uomo anacronistico per eccellenza, anche lui esagerato, nel suo essere sognatore, romantico, passionale, ma che rappresenta a differenza di tutti gli altri una sorta di chimera irreale quanto tragica.


Un film che mi ha appasionato e commosso, che mette spunto a tante riflessioni e che colpisce allo stomaco e al cuore fino alla fine. E alla fine anche noi ci ritroveremo, come Nick, a gridare:

"Gli altri sono tutti marci Gatsby! Lei vale più di loro messi insieme!

venerdì 3 maggio 2013

Non è tutto Swarovski ciò che luccica!



L'arte, in qualunque sua forma, racconta un qualcosa che spalanca le porte della nostra immaginazione e che solletica la nostra fantasia.

C'è ne sono di due tipi: l'arte da cervello acceso - quell'arte che va interpretata a personam, che ti fa entrare in contatto con il suo autore, che ti porta ad esplorare un nuovo mondo facendolo convergere col proprio punto di vista, col cuore, con la pancia, attraverso il sangue che ribolle, a cui si contrappone quella da cervello spento - che una persona normale cerca nei momenti di maggiore stress, magari per farsi due risate (quasi sempre amare), per cercare lo sfotto di turno, per dar ricreazione solo momentanea al senso della vista, ma che non leggi mai col cuore e che non ti rimarrà impressa.

 
 E' l'arte vissuta più dai genitali che dal resto del corpo, un arte da scarica adrenalinica momentanea, che fa echeggiare a urletti esasperati come teenager in piena tempesta ormonale.

Perchè allora la si chiama arte???

Perchè, dal mio punto di vista, l'arte è lo specchio dell'essere umano, uno specchio che và a guardare essenzialmente dentro l'anima, e che tocca le corde dell'intimo in modo piacevole. E che sia da cervello acceso o spento a volte poco importa, perchè in entrambi i casi tocca ad ognuno corde diverse.



L'arte la si deve guardare sempre dal punto di vista dei tempi in cui è nata. Se ad oggi le figure femminili più predominanti come senso di bellezza sono date da modelle anoressiche, rappresentanti della società dell'apparire, vestite solo da abiti che nulla lasciano all'immaginazione, nei quadri del medioevo la bellezza veniva interpretata da donne formose, piene, panciute, simbolo, in un periodo di fame, della tendenza dell'uomo di sognare il benessere formandosi l'immagine della donna accogliente nella sua morbidezza.



L'animo umano ha cercato sempre e continuerà a farlo la gioia in quello che l'artista ci offre, soprattutto se la sua ispirazione è fornita dell'amore. Un bellissimo esempio è dato dal "Dracula" di Bram Stoker.

Chi non ha mai letto "Dracula" sarà tentato di interpretare tale opera letteraria come il classico tema sul vampiro succhiasangue, senza sapere quello che c'è in realtà dietro:  "un romanticismo che non ha eguali!"

Dracula non è solo un mostro senza anima, Dracula è una creatura dannata per il troppo amore.



La storia parte dalle sue conquiste in terra santa, durante le crociate, a favore di un Dio in cui credeva fermamente, per via di una fede molto radicata. Al ritorno dalla sua ultima guerra Dracula trova la sua amata morta suicida perchè il nemico le aveva fatto ricevere un messaggio ingannevole sulla presunta morte dello sposo. La chiesa non celebra il funerale e non le da l'assoluzione dai peccati, perchè, essendo morta suicida, la donna ha commesso un atto contro il volere divino pregiudicando la sua redenzione verso il paradiso. Il conte, affranto dal dolore per la perdita, con la consapevolezza che non rivedrà più l'adorata moglie, di cui era follemente innamorato, maledice il nome di Dio gridandolo direttamente al cielo. La maledizione viene recepita dall'Altissimo che punisce Dracula strappandogli l'anima, e rendendolo immortale e dannato per l'eternità, trasformandolo nel primo vampiro della storia. Dopo secoli Dracula riconosce in un altra donna la reincrnazione dell'amata, ed escogiterà un piano diabolico per tenerla ancora stretta fra le proprie braccia, compiendo ogni sorta di nefandezza pur di tornare a sentire il respiro della donna che gli strappò via cuore e anima.



Oggi ti ritrovi invece vampiri che si sentono mostri solo perchè brillano al sole come Swarovski, e che si fanno la guerra con lupi mannari ed emo ipoglicemici al fine di vedere chi la tiene più lunga, relegando l'amore ad una sorta di festa degli ormoni adolescenziali in cui vince chi si porta a letto la verginella in calore.

E siccome il prodotto è commerciale al punto giusto, e riesce a far bagnare le mutandine delle teeneger per ogni pettorale mostrato dal belloccio del cineforo (toccando contemporaneamente il nostro cuore e la nostra anima più porcellosa), si sminchiano tutti i mostri sacri del cinema uccidendoli nell'essenza.

Della serie "I libri del Moccia non bastavano più"!



Quindi un vampiro simbolo della dannazione per amore diventa un tamarro immamorato che brilla, lo zombie simbolo dell'appiattimento e dell'omologazione sociale viene descritto come un tamarro innamorato che striscia, l'extraterreste simbolo della paura verso il diverso si trasforrma in un tamarro innamorato ed extrasensoriale, la strega simbolo dell'emarginazione diventa la comara innamorata coi superpoteri.

Ed è inutile lamentarsi, tanto è arte pure questa: l'arte del denaro e del cervello spento!




giovedì 28 marzo 2013

Il Diritto di Parola e la Cella dell'Insulto


 

"Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo"

 E' una frase condivisibile, straordinaria e bellissima, che esprime in poche parole la nostra libertà di pensierò ed espressione, ma che in realtà viene trascurata dai più, anche quando facciamo una semplice discussione.


Se vi capita di parlare con un amico succede spesso di avere idee differenti e che si parte spesso in lunghe e accese discussioni per un qualsivoglia argomento scontrandosi apertamente su tutti i punti. Sarà capitato anche a voi di divergere in opinioni con le persone che amate, magari su fatti politici, culturali, religiosi, o semplicemente se il "pane con la nutella è più buono da solo o inzuppato nel latte freddo o caldo".

 


In questi discorsi c'è però una componente di civiltà che non troviamo in altre parti, dettata dal fatto che per quanto attaccati sulla nostra opinione chi ci sta davanti è sempre una persona a cui vogliamo bene e che riteniamo abbia diritto di esprimera come la pensa, perchè merita comunque rispetto. Un rispetto che invece manca sempre di più al giorno d'oggi, cosi da vedere magari cose assurde, discorsi assurdi fra parti, fino ad arrivare ad attacchi gratuiti ed a insulti pesanti.

 


Se un tempo la comunicazione fra individui veniva data attraverso la parola diretta, o le lettere pubblicate su riviste a cui gli "esperti" davano la loro risposta, oggi si può comunicre realmente con tutti attraverso la rete, rimanendo magari nell'anonimato di un nickname o di un avatar.

 

 

Prendiamo ad esempio il social network facebook, in cui l'anonimato non esiste in senso stretto perchè comunque (nella maggioranza dei casi) conosci nella vita reale le persone con cui interagisci .  La gente mette tramite link o frasi su status personali i propri pensieri su cosa si è o no daccordo. Magari partono discussioni anche belle in cui ognuno scrive sue idee su un argomento, cercando di mostrare agli altri con ragionevolezza il proprio pensiero. Queste persone le trovi così genuine anche nella realtà, senza essere mai "ottusi" riescono a spiegarti un concetto, magari con veemenza, mostrando rispetto per gli altri. 

 

 

Poi ci sono quelli che ti spiettellano un pensiero insultando già dal post iniziale chi la pensa esattamente al contrario di loro, mostrando questi ultimi come emeriti idioti, imbecilli senza speranza che non hanno capito nulla. Magari non si aspettano neanche risposte, ma solo approvazione o un enorme numero di "mi piace", e restano spiazzati quando invece qualcuno reagisce, perchè giustamente offeso in quanto parte di una categoria attaccata o perchè magari vive di quel pensiero o valore. 

 

 

Una persona intelligente, in quel caso, chiede magari scusa, non cambiando per forza di cose opinione su quell'argomento, ma ammettendo di aver esagerato e portando prove concrete sulla prorpia esternazione; una persona codarda (la maggioranza dei casi) non risponde, ti cancella il messaggio oppure ti mette una frase sotto con la tipica presa per il culo; e infine ci sono i sobbillatori, quelli che ti cominciano ad attaccre aspramente, non ti danno spiegazioni valide sul perchè la pensano in quel modo, e preferirebbero mandare in vacca l'amicizia più che chiedere scusa e almeno, in civiltà, fare un dietro front.

 

 

La cosa peggiora molto di più al di fuori da facebook, entrando nel mondo dei forum o dei blog, in cui dietro la maschera dell'anonimato, si può cominciare ad insultare idee, valori, pensieri che non convergono magari con i propri, e che lo manifestano con insulti molto aspri senza ulteriori argomentazioni. La fortuna dei blog e dei forum e che essendoci dei moderatori alcuni messaggi possono essere tolti, ripuliti se hanno un minimo di argomentazione, e si può mettere fuori il molestatore. Colui che viene "bannato" magari crea altri account per ribadire la sua inciviltà, o accusare chi lo modera di "attentato alla libertà di parola", cosa in realtà sbagliata, perchè lui stesso ne sta attettando macchiandola di volgarità verso altre persone; queste non sono parole, ma manifestazioni di inciviltà che non dovrebbero neanche esistere.

 

 

La manifestazione più vergognosa la si ha in social come Youtube, in cui nei commenti sotto i video pubblicati ci sono epiteti contro le persone talmente coloriti da doverli vietare ai minori di novantasei anni.

La nostra libertà di parola ed espressione è un diritto sacrosanto, datoci perchè è il modo più veloce per collegare il nostro pensiero alla comunicazione con gente che sta al di fuori della nostra testa. Purtroppo il sistema di comunicazione di tanti è quello di non collegare il cervello, ma il culo, con la parola, tanto da riuscire a farle puzzare allo stesso modo.

Quindi dite la vostra, magari con veemenza, con rabbia, con forza, urlando; ma ditelo tenendo conto che chi avete davanti ha la vostra pari opportunità e lo stesso rispetto di cui siete degni voi. 

Chi invece è solo in grado di insultare ha solo una risposta degna: il silenzio dell'indifferenza!

 


domenica 17 febbraio 2013

Quella mela che non cadde lontana



Perchè l'amore vince su tutto! Ed è ciò che inequivocabilmente muove il mondo.

Uscito dalla sala, dopo aver visto l'ultimo capolavoro di Tarantino, ho cominciato a pensarci sù, come mi capita per ogni buon film che si rispetti. Ed anche stavolta è accaduto che volessi rivederlo subito... ma mi sono trattenuto per assaporare quella sensazione di leggendario che la visione mi aveva dato, come quando ti svegli da un sogno bellissimo e ti culli ancora nel suo ricordo.

E poi passa il tempo e leggi il film sotto una chiave di lettura che è molto personale.

Django parla, in breve, del viaggio di un uomo per ritrovare la sua amata. Ma il viaggio diventa, per me, metafora della vita.

L'amata del protagonista non la vedo solo come il suo amore perduto, ma come un ideale di realizzazione personale che tutti gli uomini sono in dovere di percorrere.



In questo cammino di formazione, che parte dalla nascita e arriva fino all'età adulta si hanno accanto figure indispensabili come quelle dei genitori. Ed è quello che succede durante il film:

Un padre fa muovere i primi passi nel mondo al proprio figlio, mostrandogli la strada e insegnandogli un ideale. Ed è così che entra in azione il dottor Shultz, interpretato da un magitrale Christoph Waltz:, liberando Django (Jamie Foxx) dalla sua schiavitù e portandolo con sè, per farlo sua spalla nell'impresa di riconsegnare i criminali alla giustizia da vivi o morti.



E Django è dapprima come il bambino, voglioso da aiutare, ma messo in disparte dalla figura paterna che gli mostra come si agisce, come si ci comporta, e come camminare lungo la prima parte del percorso di vita.

Il protagonista comincia a crescere e come ogni buon bambino che passa all'età adolescenziale fa alcune scelte quanto mai dicutibili, per dimostrare al genitore la sua indipendenza, con magari abbigliamenti eccentrici, non ascoltando i consigli di chi è più esperto, o eseguendo gli ordini controvoglia.



Però il ragazzo è sempre desideroso di apprendere, e il padre è desideroso di raccontare, di spiegare al figlio il senso di questo percorso. Come in una favola l'uomo racconta con metafore la vita, parlando di fanciulle in pericolo, orribili draghi demoniaci e muraglie di fuoco da superare anche ustionandosi, perchè si deve reggiungere quell'obiettivo (la propria Broomhilda personale) superando man mano tutti gli ostacoli lungo la via.



E gli ostacoli sono tanti, a partire da quelli più abietti e in molti casi dementi, che sono rappresentati da quelle persone che si credono degli dei, ma che diventano inevitabilmente la caricatura di se stesse, che dal canto loro seguono un ideale fatto più dall'apparenza che da un desiderio sensato, e che sono molto più da compatire e ridicolizzare che combattere,



a quelli più duri, spietati e che non guardano in faccia nessuno, e che non esiterebbero a vendere la propria madre per portare avanti la loro causa, i loro ideali di sopraffazione e superiorità, a discapito di chi vedranno sempre come proprio sottoposto.



Il padre ha il tempo di far comprendere al giovane uomo, ormai non più adolescente, che per superare tali ostacoli, per interagire con tale gentaglia, bisogna a volte recitare un copione, portare una maschera, immedesimarsi in altro e agire di astuzia, mostrando agli altri solo sul finale il vero volto, in modo da uscirne con meno danni e senza mani sporche. Perchè un padre ha l'esigenza di salvaguardare sempre il bene del figlio senza farlo esporre a rischi inutili.

A volte però lo stesso padre si stupisce della determinazione del figlio, della formazione del suo carattere, che magari comincerà a discostarsi dal suo. Ci litigherà per ciò, ci si scontrerà, ma lo comprenderà sempre, appoggiandolo comunque in questo suo cammino, in questa sua crociata alla vita. In fondo il padre sa che quella mela non potrà mai cadere troppo lontana dall'albero.

Ciò porta il nuovo uomo, ormai adulto, a prendere consapevolezza di se stesso, a sapere quali sono i suoi punta di forza, a smussare gli angoli della sua insicurezza, e ad agire a sua volta non più dietro ad una figura autoritaria, ma accanto ad essa, da pari.



L'ultimo ostacolo, quello che non ti aspetti mai, è rappresentato dalla gente che apparentemente è come te, che ha persino lo stesso colore degli occhi e della pelle, ma che inesorabilmente ha un anima totalmente opposta, malvagia, subdola e viscida.

E' sono i serpenti più velenosi, questi subdoli, perchè sono quelli che reggono il muro intorno ad un modo di vivere sempre determinato, un modo di vivere che non vede mai di buon occhio il cambiamento, che non vuole che il giovane prenda il posto dell'anziano in quello che invece dovrebbe essere il naturale percorso della vita.



Ed è a questo punto che il padre da un ultimo, importante, e indispensabile insegnamento al figlio, mostrandogli che le cose possono cambiare solo con la determinazione, il coraggio, il sacrificio, per te stesso, per i tuoi ideli, per chi ti sta dentro il cuore e dentro l'anima.

E il nuovo uomo cammina ora con i suoi piedi, imbraccia le proprie pistole, si serve al meglio degli insegnamenti del padre, mette adosso gli abiti di chi ha tanto disprezzato non per imitarne lo stile di vita, ma per deriderlo, per mostrargli che c'è un altra via più giusta, è in nome di un suo personale ideale spara i suoi colpi migliori facendosi largo nel suo percorso. Prende il proprio cavallo, prende le proprie aspirazioni (la propria Broomhilda) e galoppa verso l'orizzonte della vita.


giovedì 31 gennaio 2013

Una Fiaba di nome Uomo


In ogni libro che leggiamo, in ogni canzone che ascoltiamo, in ogni film che vediamo, l'elemento comune che salta alla nostra attenzione è unico per tutti: l'UOMO!

La tematica di ogni opera parte da questo essenziale aspetto centrale. Puoi parlarne in parte, puoi dedicargli un intera poesia, puoi descriverne i suoi difetti o esaltarne i suoi pregi, ma parlerai sempre di lui, dell'uomo in un mondo di uomini, di ciò che ha dentro e del modo con cui interagice con ciò che va oltre la sua epidermide.

Non è la scoperta dell'acqua calda, è la pura, nuda e cruda verità, quella di un protagonista unico al centro di un mondo unico.

In quell'opera che sa raccontare ci siete voi, che diventate, così, protagonisti del libro che leggete, della musica che ascoltate, del film che vedete.



Quando ero bambino mia madre leggeva a me e mio fratello un libro di fiabe, e ricordo che ero incantato, ma allo stesso tempo impaurito, per quei magici racconti. Perchè, se ci fate caso, le fiabe sono i primi racconti horror che ascoltiamo. Ai bambini si racconta infatti di lupi cattivi che ti ingoiano, di orchi assassini e streghe malevole che aspirano ad averti nel loro piatto, di donne malvage che uccidono per invidia o di uomini che rapiscono per vendetta. Tutto però finiva sempre bene, perchè, dopo averci spaventati, la fiaba ti mostrava come il bene trionfa sempre sul male, come il cattivo ha la sua giusta punizione e il buono riparte da una vita che si prospetta all'insegna del "felici e contenti".



Le fiabe, con creature incantate, con i mostri famelici, con gli eroi con grande cuore e coraggio, non sono nate per spaventare o risollevare solo i bambini. Nei "fantasy", che sono in tanti casi dedicati ai più grandi, si riescono a provare di nuovo le sensazioni che si aveva da bambini.

Prendendo un esempio su tutti:

Quando uscì dalla sala de "Il signore degli anelli" avevo subito scorto che il protagonista principale dell'opera era sempre è stato solo uno. In un mondo fantastico, popolato da miriadi di creature una più stravagante dell'altra, nel bene e nel male, vedevo solo lui, l'essere umano.

Lo vedevo nell' "Elfo" , nella sua bellezza divina, nella sua grazia maestosa, nella sua virtù, ma anche nella sua superbia, nella sua compiacenza e sfarzosità.

Lo vedevo nel "Nano", nella sua tenacia, testardaggine e fratellanza, ma anche nella sua arroganza, nel suo voler tutto per non poter mai strigere in mano nulla.



Lo vedevo nel "Mago", nel suo essere dispensatore di consigli, nella saggezza e nella perseveranza, ma anche nella sua prepotenza e nella sua decadenza.

Lo vedevo nello "Hobbit", nella sua bontà, fanciulezza e purezza, ma anche nell'ingenuità, disperata, isterica e corruttibile.



E le miriadi di creature orribili, schizofreniche, fameliche, diaboliche, rancorose... e povere, con lo spirito a pezzi e l'anima persa nella pazzia. Sempre li, soprattutto li, ancora l'uomo.

Una fiaba che parla di un viaggio. Un viaggio che vede agire i "nostri" molteplici aspetti tutti all'unisono, che vede agire pregi e difetti del nostro carattere, della nostra personalità, battersi contro il male, le tenebre, la disperazione e l'oscurità dataci da un unico oggetto, un "anello" simbolo del potere assoluto e di una corruzione senza limiti immaginabili.



Una fiaba che racconta quella che è la nostra vita, un viaggio in cui abbiamo la guida del nostro spirito, con tutti i suoi pregi e difetti, in cui portiamo anche noi un nostro anello, datoci dagli "averi" di natura materiale o da quell'esaltazione del nostro "corpo" che ci fà sentire così potenti e straordinari, ma talmente facile da corrompere da mettere solo esso in primo piano, invece del nostro cuore.

Quale parte del nostro essere uomini far risaltare?  Tocca solo a noi scoprirlo. E' certo che quell'"Anello" tanto esaltato, alla fine del viaggio, volente o nolente, verrà sempre distrutto!



mercoledì 2 gennaio 2013

Muta il mondo, mutano i mostri!



Lo zombie, o meglio, il "morto vivente", è un particolare tipo di "creatura sovrannaturale", che abbiamo imparato a conoscere attraverso il cinema, la letteratura o il fumetto tipicamente di genere "horror".

La parola zombie è di origine Haitiana, legata strettamente al rito del vudù, dove speciali sacerdoti, chiamati Bokor, riuscivano ad imprigionare un frammento dell'anima umana per far risvegliare i morti a loro piacimento con l'intendo di renderli schiavi.


Lo zombie è un tipo particolare di schiavo, diverso da quello classico:

Essere un normale schiavo, come lo erano i poveri "negri" ai tempi delle grandi migrazioni forzate dall'Africa alle Americhe, o ancora prima gli Ebrei in Egitto, voleva dire obbedire ciecamente a qualsiasi ordine del padrone, sotto minaccia di punizione o morte, sviscerata a suon di frustate, percosse, umiliazioni pubbliche.

Lo schiavo sopradescritto era comunque "libero" all'interno dei suoi stessi pensieri, martoriato nel corpo, ma con ancora un suo carattere, un suo modo di essere, un suo spirito.

Lo "schiavo zombie" non ha neppure questo, non ha ne volontà propria, ne spirito: non ha anima.

Su questo concetto molti artisti, scrittori, autori, sceneggiatori, hanno basato i loro lavori, in una forte quanto particolare critica alla società.

La metafora è "schiavo-zombie" = "massa sociale".



Ad inaugurare questo filone fù George Andrew Romero, regista e sceneggiatore americano, noto per la sua saga cinematografica sui "morti viventi".

In "La notte dei morti viventi" i morti tornano a camminare sulla terra, desiderosi di carne umana. Questi avanzano in modo goffo, come sonnambuli, e da soli sono facilmente evitabili; il problema sorge quando attaccano in massa. Un gruppo di persone si ritrova rintanato in una casa e dovrà in qualche modo sopravvivere fino all'intervento dell'esercito.

Romero, tramite questo film, da libera espressione a tutta la critica verso la società americana; infatti i protagonisti non sono altro che stereotipi classici della civiltà statunitense degli anni '50: la "donna bianca" che riesce in tutto il film ad avere solamente paura ed urlare come un ossessa, l'"uomo di colore", lavoratore per eccellenza, ma infine vittima di grave ingiustizia, il "padre padrone", uomo arrogante con famiglia al seguito, la "coppia di fidanzatini", vitali, vogliosa di fare, ma ingenua e stupida data l'età. Romero butta tutto nel calderone.


Gli zombie sono la rappresentazione della società americana del dopo guerra, una massa di persone imbambolate, sornioni, senza personalità, che agisce con stereotipia disarmante, mangiando tutto ciò che gli viene a tiro, inglobando a se tutte le tipologie di persone sopra descritte, nessuna esclusa, sotto l'influsso del "governo Bokor". Una società che tende ad amalgamarsi l'uno con l'altra, dove il "negro" non ha diritti civili, deve essere ascoltato sempre per ultimo, dove la donna è una figura di contorno, dedita ad allevare i figli, alla casa, alla cura del marito, senza diritto di parola,  ne di pensiero, che deve seguire ciecamente il suo uomo, perchè ha bisogno di protezione, soprattutto da se stessa. Chi sgarra viene mangiato, sbranato, senza neanche passare dalla gogna, dalla cività vittima di zombismo.



E solo grazie allo "spirito umano" che risiede nel cuore di alcuni che le cose cambiano con gli anni, e succede che il movimenti anti-razzismo e femministi scuotono la società americana, portando più in alto chi fino a quel momento aveva vissuto ai margini. Finalmente donne e "uomini di colore" hanno il diritto di dire la loro, e il mondo "civilizzato" sembra pronto ad accoglierli.




Ma imparare dai propri errori non fa parte del nostro mondo. Si passa così al nuovo millennio, dove la tipologia di zombie si evolve.

E' la volta del regista Zack Snyder, nel 2004, tracciare la nuova tipologia del morto vivente nel remake del secondo film di Romero "Dawn of the Dead", in Italia conosciuto come "L'alba dei morti viventi".

Durante un giorno che sembra normalissimo, in tutto il pianeta scoppia un epidemia, dove i morti ritornano in vita attaccando gli umani a suon di morsi. L'epidemia è virulenta, propagata dalla violenza che si scatena in breve tempo. Il morto vivente è velocissimo, rabbioso, con una forza sovraumana, e contagia tutti con un morso. Chiunque muore ritorna in vita sotto forma di zombie, i metodo per uccidere è il classico: il colpo in testa, distruggere il cervello. Un gruppo di sopravvissuti si rifugia in un centro commerciale cercando di superare il momento.

Lo schiavo-zombie del 2000 è differente dal passato. Infatti la critica viene mossa verso una società che non ha mai tempo, che insegue se stessa, in totale frenesia. Le persone sono pronte ad azzannarsi a vicenda per arrivare in vetta. Una società tenuta a bacchetta e amalgamata sui media, sulla moda, sull'ultimo ritrovato della tecnologia, che ha bisogno di fare per essere, di sgomitare per valere, di calpestare per innalzarsi. E lo zombie di Snyder è proprio questo, differente dal suo predecessore perchè la società è differente dalla precedente.



E i sopravvissuti?

Come sono i sopravvissuti? Come si comportano questi, resteranno comunque se stessi, o uscirà da loro un lato diverso, saranno costretti a fare scelte diverse per sopravvivere, a diventare essi stessi diversi?

Una verosimile situazione sui loro comportamenti viene descritta nel fumetto "The walking dead", dove lo zombie viene quasi accantonato per dar posto alle  reazioni umane portate da una minaccia così forte. E sono reazioni dure, brutali, crude, soprattutto perchè portano a domandarti "io che cosa avrei fatto?".



I sopravvissuti sono coloro che non accettano che la società vada a rotoli, non accettano che sia finità solo perchè il sistema è imposto in un determinato modo. I sopravvissuti sono quelli che non si arrendono amalgamandosi alla massa, ma che lottano per cambiare il mondo che sa di marcio.

Purtroppo tutti i sopravvissuti non hanno alti ideali, alcuni sono estremisti, alcuni vivono ai margini, altri vogliono una fetta del potere, facendo uscire ancora una volta la bestia, l'inumanità che c'è in loro, raccimolando il poco rimasto e spazzando via tutti gli altri.

E allora mi ritrovo a pensare che la società di oggi è effettivamente divisa fra:

1-  I Governi Bokor : che tendono a riempirsi pancia e tasche e che per amor del potere schiavizzano subdolamente tutti con promesse fasulle quando le loro maschere;

2- Gli Schiavi-Zombie : gente amalgamata a questo sistema, che lo approva pur non avendo ne volontà propria, ne dignità, ne anima;

3 - I Sopravissuti-Infimi: che non accettano la società per come è, ma la vivono di striscio, nell'ipocrisia della contestazione, e che cercano a loro volta di far parte di quel potere governativo per schiacciare tutto il resto;

4 - I Sopravvissuti classici: la minoranza, coloro che lottano, che non si arrendono, che pretendono il cambiamento a suon di ideali veri, superiori, liberi.

Per tutti gli altri questa ultima tipologia è solo vittima di illusione utopica.

Beh, se di questa ultima tipologia ha fatto parte un uomo come "Martin Luther King" anche a me piace molto essere un illuso.